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Gerndt: Da quando sono arrivato nel 2017 abbiamo fatto molti passi avanti

Alexander Gerndt si è concesso ai microfoni di FC Lugano Media House per una lunga ed emozionante intervista esclusiva. Ecco le parole dello svedese:

Cos’è il golf per te?

Il Golf per me è divertente. Quando un allenamento non va bene diventa come la meditazione. Arrivo sul campo, posso riordinare le idee sull’allenamento o pensare a qualcosa di diverso se una partita è andata male. È la cosa perfetta: sei all’aperto, giochi a golf e passi del tempo con gli amici e pensi a qualcosa di diverso.

Con chi giochi e quando?

Quanto spesso e con chi gioco dipende dal calendario calcistico. Se abbiamo molto tempo tra le partite gioco tanto. Se, come la scorsa estate, abbiamo poco tempo tra una partita di campionato e l’altra, quasi non riesco a giocare. Ho alcuni amici che sono giocatori di golf professionisti in Italia e amo sfidarli, perché così posso provare a competere con loro. È un lato del mio carattere, sono competitivo e voglio sfidare me stesso e il golf è lo sport perfetto per questo.

Che persona sei nella vita privata?

Fuori dal campo da calcio sono un padre di famiglia con quattro figli. Se non gioco a golf passo tutto il tempo con la mia famiglia. Amo passeggiare con loro e fare tutto ciò che hanno voglia di fare: giocare con i bambini, guardare un film con mia moglie… questo è quello che amo fare e lo faccio il più possibile.

Cosa significa per te la parola famiglia?

La parola famiglia per me significa tutto. È la cosa che non può mancare nella mia vita. Ti regalano gioia, felicità e ogni altra sensazione che tu possa immaginare. È semplicemente tutto.

Quale ruolo hanno avuto i tuoi famigliari nella tua carriera?

I miei famigliari sono stati estremamente importanti per raggiungere i miei obiettivi. Avere qualcuno che ti spinge, che crede in te e rafforza la tua autostima è impagabile. Ti fanno capire che puoi raggiungere il tuo obiettivo, ti stimolano a sognare ancora più in grande per raggiungere un altro traguardo e continuano a spingerti ad andare avanti, a crescere. In fondo giochi per loro, perché vuoi mostrargli quanto sei bravo. È una situazione in cui vincono tutti: loro si divertono a vedermi giocare e io amo giocare quando loro mi stanno guardando, per mostrargli quanto sono capace di fare. È il test più importante: provare alla mia famiglia che sono in grado di farlo.

Descrivi l’ambiente in cui sei cresciuto…

Sono un po’ più giovane di mia sorella e un po’ più vecchio dei miei fratelli. Crescere in una grande famiglia è sempre una buona cosa, perché spesso puoi trovare qualcosa di nuovo da fare. Ho iniziato con il golf a causa di uno dei miei fratelli. Ha iniziato a giocare quando ero a casa, in Svezia, e un giorno mi ha chiesto se volevo andare con lui.  Ho risposto: “Il golf non fa per me, è per gli anziani”. Tuttavia ho accettato e quando ci siamo ritrovati sul campo da golf non avevo alcuna idea di quello che stavo facendo. All’improvviso ho fatto un colpo perfetto e dopo di questo non mi sono più potuto fermare. Ho percepito una sensazione fantastica e ho voluto riviverla, per questo motivo ho continuato a giocare e sfidare me stesso. Ecco perché gioco a golf.

Hai sempre voluto fare il calciatore?

Diventare un giocatore di calcio professionista è sempre stato il mio sogno. Quando le persone o i miei famigliari mi chiedevano del futuro, l’ho sempre detto: “Voglio fare il calciatore”. Quando sei giovanissimo non ti prendono molto sul serio, ma quando arrivi a 16 o 17 anni si aspettano che tu abbia un piano B, qualora non funzionasse, ma io ho sempre detto che ci sarei riuscito. Quando ho firmato il mio primo contratto da professionista mi hanno detto: “Quindi ce l’hai fatta!” ed è stata una bella sensazione.

Quando hai capito che le cose stavano diventando serie?

Firmando il primo contratto potevo finalmente mantenermi giocando a calcio ed è stato bello. Ho fatto una settimana di prova con una squadra professionistica svedese e l’ultimo giorno, quando era presente mio padre, l’allenatore mi ha chiesto di andare nel suo ufficio. Non sapevamo cosa sarebbe successo e nessuno ci ha detto prima che ci avrebbero parlato. Ero seduto, abbiamo parlato di mille cose e poi alla fine l’allenatore ha aggiunto: “Vogliamo farti firmare un contratto. Vogliamo che resti con noi”. In queste situazioni devi rimanere tranquillo, come se fossi abituato a gestire le cose, ma non ci sono riuscito. Avevo un enorme sorriso stampato in faccia. Lo stesso valeva per mio padre. È stato qualcosa di speciale.

Quale è stato il goal che hai segnato, che ti ha più emozionato?

Il mio primo goal con la maglia della Nazionale è stato qualcosa di speciale, perché si parla sempre della Nazionale nei giornali, in qualsiasi occasione, ma mi ricordo soprattutto la prima selezione. Ero piuttosto di fretta, dovevo uscire con i bambini e un reporter mi ha chiamato: “Sei stato selezionato”. Io senza nemmeno prenderlo sul serio gli ho detto che non avevo tempo per queste cose e che l’avrei richiamato. Due minuti più tardi ho ricevuto una seconda chiamata da un numero privato ed era il team manager della Nazionale. “Sei stato selezionato” mi ha detto e io gli ho risposto chiedendo se fosse serio. Quando poi mi sono ritrovato seduto nell’automobile mentre andavo al primo ritiro ero davvero nervoso. Ho pensato 15 o 20 volte di girare la macchina e tornare indietro. Pensavo: “Giocherò con tutti questi giocatori che conosco, come Zlatan, che sono degli idoli per me”. Ero davvero nervoso e ho pensato seriamente di fare un’inversione e andare a casa. Zlatan Ibrahimovic è il boss. Non puoi dire niente altro. È il numero 1. L’ho visto da vicino e per me è davvero speciale. 

Eri in Thailandia con la tua famiglia durante lo Tsunami e hai vissuto dei momenti terribili…

Essere coinvolti nello Tsunami in Thailandia del 2004, con la mia famiglia e i miei fratelli è stata davvero una dura esperienza. Quello che abbiamo visto e provato… non lo posso augurare a nessuno di essere in questa situazione, specialmente… specialmente non ai tuoi fratelli più piccoli. È stata dura. La prossima domanda?

Nel 2008 poi hai avuto un infortunio importante…

Nel 2008 mentre stavo terminando un allenamento mi sono scontrato con il portiere. È uscito, non mi ha visto e dopo lo scontro sono atterrato sulla schiena. A quel punto ho perso la sensibilità nella mia gamba sinistra. Penso che lo chiamano shock spinale, dove tu perdi la sensibilità e non sai quando la ritroverai. Non sai quanto tempo passerà prima di recuperarla. È stato spaventoso perché quando il dottore ti dice: “Non sappiamo esattamente cosa fare, speriamo e vediamo cosa succede…” Ma ora è tutto ok! I primi giorni è stato davvero difficile, ma quando ho notato i primi miglioramenti è stato come vedere la luce in fondo al tunnel. La normalità stava tornando e potevo quasi toccarla con mano. Improvvisamente sei di nuovo capace di giocare a calcio e di allenarti, ma all’inizio ti chiedi semplicemente se potrai ancora giocare con i tuoi figli, cosa puoi e cosa non puoi fare. In quel momento il calcio è davvero lontano e dietro a tutto nella scala dell’importanza. Posso giocare con i miei bambini? Posso uscire a passeggiare con loro? Poi quando puoi nuovamente fare queste cose, ecco che anche il calcio riacquisisce la sua importanza, perché vuoi allenarti e tornare con la squadra. È stata dura all’inizio, ma se ci ripenso ora è come se non fosse mai avvenuto.

Quanto hanno influenzato la tua vita questi momenti?

I brutti episodi della vita cambiano tutto. Gli infortuni possono succedere, ma quanto è capitato in Thailandia ha cambiato molto in me. Impari quanto tutto possa succedere improvvisamente e stravolgere la tua vita. Questo ti cambia come persona.

Tornando al calcio: prima di venire in Svizzera allo Young Boys sei stato in Olanda. Cosa ti ha fatto decidere prima per l’Utrecht e poi per la Svizzera?

Nel 2011 mi sono trasferito all’Utrecht perché ho ricevuto una buona offerta. Ho pensato fosse un buon passo per la mia carriera. Se ripenso invece a come ho giocato, credo che avrei potuto fare meglio. All’inizio è stato difficile, perché è stato un cambiamento importante. Ho affrontato un grande cambiamento di mentalità, di come si guarda al calcio rispetto alla Svezia. Verso la fine di questa esperienza è andato tutto molto meglio. È stato un grande cambiamento, così come lo è stato il successivo trasferimento in Svizzera. La Svizzera assomiglia di più alla Svezia, mentre l’Olanda è proprio un calcio diverso. Ora, dopo che sono in questa nazione da così tanto tempo, amo la Svizzera. È perfetto. È un po’ come la Svezia, ma a Lugano le condizioni climatiche sono molto meglio. Ecco perché sono rimasto così tanto!

Voci di corridoio ci dicono che parli l’italiano molto meglio di quanto vuoi fare apparire…

Il problema con una lingua diversa, ad esempio l’Italiano è dovuto da cosa i tuoi compagni ti insegnano. Spesso le parole che impari non le puoi usare in un’intervista. Ed è dove tutto diventa veramente pericoloso, perché pensi di poter dire una determinata cosa a qualcuno, lo dici, e poi loro hanno una reazione strana. Ecco perché è piuttosto pericoloso. Nello spogliatoio posso parlare tanto in italiano, ma fuori dallo spogliatoio il mio italiano non è così buono. Questo è il mio livello con la vostra lingua.

Quali sono i tuoi angoli preferiti di Lugano?

Il mio luogo preferito a Lugano è casa mia. Non so perché, ma ho sempre amato la mia casa. È mia, c’è la mia famiglia… ma a parte tutto a Lugano il lago è fantastico. Anche se abbiamo un vecchio stadio, anche Cornaredo è qualcosa di speciale per me, perché è legato alle mie emozioni più grandi a Lugano. Qui è bello, ogni cosa di questa città è meravigliosa. In Svezia parlano tutti bene del lago di Como, ma a Lugano è la stessa cosa, anzi è pure meglio. È solo più caro. Qui a Losone è anche molto bello. Amo questo campo da golf. A parte Cornaredo questo è stato uno dei primi posti che ho visitato in Ticino. Ero a Berna in quel momento, quando ho iniziato a giocare a golf con un professionista e il clima era davvero pessimo. Abbiamo quindi deciso di guidare fino a qui e giocare. È stato perfino prima di iniziare qualsiasi trattativa con il Lugano. Siamo venuti a Losone e questo mi ha lasciato dei bei ricordi.

Se dovessi descrivere il club ad un nuovo giocatore, cosa diresti?

Quello che si può dire a proposito della squadra è la parola famiglia. La squadra che abbiamo è speciale, non puoi dire niente altro. Ci sono brave persone, buoni giocatori e mentalmente siamo molto forti, così come lo siamo parlando di qualità calcistica. Se penso invece al club nel suo complesso è speciale. Non siamo certamente i più grandi, ma qui c’è qualcosa, una base e costruiamo ogni giorno su questo. È bello da vedere, perché è tutto diverso da quando sono arrivato nel 2017. Abbiamo fatto molti passi avanti e stiamo facendo delle ottime cose, è interessante.

Hai 34 anni, ma sembri ancora divertirti molto sul campo. Fino a quando ti vedremo giocare?

Ho 34 anni ma mi sento perfino meglio di un paio d’anni fa. Non so fino a quando giocherò, ma nel calcio non si può mai dire. Per come mi sento ora, potrei dire che voglio giocare per altri dieci anni, ma ogni cosa può cambiare rapidamente. Voglio solo continuare a giocare il più a lungo possibile, finché mi diverto. Magari a Lugano, ma dipende dalle mie performance. Poi si vedrà.

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